Tecla e la farfalla

scritto da innuendi
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Testo: Tecla e la farfalla
di innuendi

Tecla cammina sul marciapiede come si cammina quando non si aspetta più niente. 

Il vestito estivo le si incollava addosso leggero e sbagliato, intriso di polvere e giorni riciclati. La borsa le tira la spalla verso il basso, non per il peso ma per l’abitudine. È lì da anni, appesa come una scusa.

Gli alberi sputano ombre irregolari sull’asfalto. Non danno alcuna frescura, fanno solo confusione. Tecla li attraversa senza guardarli davvero. Non sta andando da nessuna parte. Sta solo consumando spazio e tempo, che è un modo educato di dire che si sta perdendo meglio.

Ogni tanto le tornano addosso città che non sono mai diventate casa. Londra, fredda e funzionale come una bugia ben detta. Parigi, più teatrale, più sporca di promesse. Rue Lepic, Brent Cross: nomi che una volta sembravano aperture, oggi sono solo etichette attaccate su un maglione stropicciato a una stanchezza più grande. Luoghi che l’hanno allargata e poi svuotata.

Si ferma quando una farfalla le si posa sul braccio.

È piccola, ma i colori sono violenti, quasi fuori luogo. Non c’entrano niente con quel pomeriggio di un giorno come tanti. Tecla trattiene il respiro, come se anche l’aria potesse rompersi.

«È passata anche oggi», mormora. «Un altro giorno identico. Cambia solo la data.»

La risposta non arriva subito. Non come se l’aspettava.

«Non guardare me», dice una voce che non chiede permesso. «Guarda dove hai messo gli occhi per anni.»

Tecla sussulta. Ride piano, una risata secca. «Perfetto. Cazzo ora sento parlare anche le farfalle. Mancava solo questo.»

«Non parlo. Ti ricordi», replica la voce. Le ali fremono appena. «E ti ricordi male, come sempre.»

Tecla stringe le labbra. «Io non ho niente da ricordare. Ho già visto abbastanza. Ho provato a spostarmi, a cambiare aria. Non ha funzionato.»

«Hai cambiato scenografia, non peso», dice la farfalla. «Te lo sei portato dietro ovunque. Come quella borsa.»

Tecla guarda l’asfalto. Non risponde subito. «E tu cosa vorresti? Che mi metta a credere a una via d’uscita adesso?»

«No. Vorrei che smettessi di chiedere un permesso che nessuno ti darà.»

Silenzio. Le macchine passano lontane. La città continua a fare la città.

«Io non volo», dice Tecla. «Non sono fatta per queste cose.»

«Nemmeno io», risponde la farfalla. «Eppure guarda.»

Le ali si aprono. Non c’è luce, non c’è musica. Solo un gesto semplice, ostinato.

Tecla sente qualcosa cedere. Non una speranza. Una resistenza. Allunga la mano con cautela, più per stanchezza che per fiducia. Si aspetta di rompere tutto. Invece no.

Il marciapiede si allontana senza rumore. La borsa le scivola dalla spalla e cade. Non la guarda. Non la saluta.

L’aria è diversa. Non più leggera: più onesta. Brucia un po’ nei polmoni.

«Non sto sognando», dice Tecla. Non è una domanda.

«No», risponde la farfalla. «Stai smettendo di mentirti.»

I tetti diventano linee. Le città si disfano. Londra, Parigi, i nomi smettono di contare. Resta solo il movimento.

Poi la farfalla si stacca.

Vola via, senza spiegazioni, senza promesse. Tecla resta sospesa. Non cade. Non sale. Cammina nell’aria come se fosse sempre stato possibile, come se il problema non fosse il vuoto ma la paura di guardarlo.

Non è libera. Ma non è più chiusa.

E per adesso basta.-

2020

Tecla e la farfalla testo di innuendi
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